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...................Lo STRETTO di BERING......................... ....

Stretto di BeringQuando nell’estate del 1728 il capitano Vitus Bering raggiunse lo stretto che da lui poi prese il nome, c’era la nebbia. Una nebbia così fitta che gli impedì di accorgersi della costa americana lì a poche miglia sotto il naso. La spedizione, iniziata tre anni prima per volere dello Zar Pietro il Grande, era servita solo a capire dove finiva il mondo ma non a capire dove il mondo stesso ricominciasse da capo. Nel 1733 l’Impero Russo chiese al navigatore danese di ripetere l’impresa e trovare finalmente il passaggio a Nord-Est per l’America. Già Il viaggio preparatorio da Pietroburgo alla Kamiciakhta via terra attraverso tutta la Siberia fu di per sé un’impresa. Arrivati a Pietropavlosk Kamiciakhtsky, a corto di uomini, il capitano Bering ed il capitano Cirikov, furono costretti ad assumere prigionieri delle colonie penali per la costruzione sul posto delle due navi necessarie alla spedizione. Ammutinamenti, malattie e clima non permisero alla spedizione di essere pronta se non solo per il 1741. Appena due settimane dopo essere salpate, sia sulla ‘San Pietro’, comandata dal capitano Cirikov, che sulla ‘San Paolo’, del capitano Bering, si diffuse una terribile epidemia di scorbuto. Il 16 luglio del 1741 la ‘San Paolo’ finalmente raggiunse per prima una terra non meglio definita ad oriente dello stretto. Fu a quel punto che Bering diede un ordine apparentemente incomprensibile – scendere a terra, eseguire i rilevamenti minimi necessari e … tornare subito a casa! Tanti anni e tanta fatica per poche ore sull’obiettivo tanto agoniato. La scelta di Bering dovette rivelarsi di lì a poco tutt’altro che insensata - la preziosa nuova conoscenza acquisita doveva essere prima di tutto riportata a casa altrimenti sarebbe stata inutile. Sulla via del ritorno la ‘San Paolo’, a causa delle tempeste, perse la rotta e si confuse tra le isole Aleutine. Solo il 28 novembre Bering credette di aver ritrovato finalmente la costa asiatica e tentò un approdo disperato sulla prima baia individuata. La nave schiantò lo scafo sugli scogli ma poco importava, pensò il capitano, l’importante era aver trovato finalmente terra. In realtà la ‘San Paolo’ non aveva trovato la madreterra asiatica ma un’isola poco distante – l’isola che oggi si chiama appunto ‘isola di Bering’, dal nome proprio del capitano danese che vi trovò la morte per stenti. Sopravvissero solo in poche decine al terribile inverno grazie al naturalista Steller che riuscì ad estrarre la vitamina C necessaria alla cura dello scorbuto da alcuni vegetali. L’anno successivo i profughi riuscirono a costruire una nave più piccola dai rottami della ‘San Paolo’, a raggiungere la terraferma, e di lì tornare a San Pietroburgo per raccontare al mondo del passaggio a Nord-Est.

Questa storia mi ha sempre affascinato come mi ha sempre affascinato il concetto di viaggio – un processo fisico o anche solo mentale che non ha altro fine se non la ricerca del nuovo.
Uno sforzo enorme ed apparentemente inutile, come quello di Bering, perché per quanto la si possa girare la terra rimane sempre e comunque rotonda ed alla fine si ripassa sempre dal punto di partenza. Il ‘nuovo’ in fin dei conti forse neanche esiste perché questo pianeta racconta tante storie ma in fondo sempre le stesse che si ripetono. Al processo del viaggio, tuttavia, non possiamo rinunciare perché è attraverso questo processo in sé che il ‘nuovo’ proprio dentro di noi si riproduce, ed è questa la sensazione più bella e l’istinto che ci porta a viaggiare.


Alessio Trovato

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